Scacchi a Venezia Chess in Venice Schach im Venedig Шахматы в Венеции
     

Dal medioevo al Settecento

La più antica, se pur indiretta, testimonianza della conoscenza degli scacchi nell’area lagunare veneziana è probabilmente costituita da un mosaico raffigurante una scacchiera con case bianche e nere nella basilica dei santi Maria e Donato di Murano. Per chi entra dalla porta principale è collocata sul pavimento tra il terzo e il quarto pilastro.

La chiesa muranese in un’iscrizione marmorea reca la data del termine dell’opera di costruzione, l’Anno Domini 1141. Tuttavia secondo il prof. Mario De Biasi la decorazione è stata parte della più antica basilica costruita nel settimo secolo, contemporaneamente al duomo di Torcello, le cui lastre marmoree furono riutilizzate proprio per il completamento della pavimentazione[1]. Poiché la scacchiera è proprio 8x8 se tale ipotesi fosse confermata[2] testimonierebbe una conoscenza degli scacchi a Venezia nel settimo secolo. E in coerenza con quanto scrive il Murray nella sua celebre A History of Chess, tale conoscenza sarebbe quindi giunta da Est, cioè da Costantinopoli e non da sud, cioè attraverso il mondo arabo.

Ulteriori informazioni di scacchi nel periodo altomedievale non si hanno. Nuovi dati ci sono pervenuti a partire dagli inizi dell’età comunale.

Nella sua tesi di laurea su “Il gioco degli scacchi tra Oriente ed Occidente”[3], Luciano Sambo, scacchista veneziano, per una ventina d’anni presidente del Circolo Scacchistico Mestrino “Sergio Toniolo”, ha ricordato il testamento del mercante veneziano Piero Vioni di Vitale[4], redatto in Tauris (probabilmente l’odierna città persiana di Tabriz) il 10 dicembre 1264, nel quale si elenca

 … altro tauleri dopio da l’uno lato a scachi e da laltro a marelle, la quale tauleri este lavorato di christallo e di diaspato e di argiento e di petre e li scachi e le marelle sono de cristallo e di diaspado.

 

Piuttosto interessante la storia della fase istruttoria di un procedimento per gioco d’azzardo a la Chania (quasi certamente La Canea a Creta, come precisa Sambo), risalente all’anno 1300, intitolata Textes esaminati Chanee per signoriam super processi ludi[5]: i protagonisti erano i nobili Marco Dolfin, rector de la Chania, Polo Foscarini, teste, e Marco Gradonico. Secondo le deposizioni giocarono in più riprese e per diversi giorni a scacchi nel palazzo del Rettore, scommettendo somme considerevoli: si parlava di 22 iperperi d’oro[6] perduti e 24 guadagnati.

Direttamente ambientata a Venezia la disavventura a lieto fine di mastro Gabriele, riportata da Adriano Chicco[7]: nell’anno 1360 la bottega di mastro Gabriele, barbiere di Rialto, era un abituale ritrovo in cui si praticava ogni genere di giochi. In luglio egli fu accusato di aver permesso che si giocasse in bottega con il lume. Il povero barbiere fece presente al giudice che, due giorni prima, due persone si trovavano nella sua bottega e giocavano agli scacchi (qui de melioribus luxoribus Italiae erant), essendo fra i migliori giocatori d’Italia.

Capitarono i Signori sopra Rialto che, secondo il loro Capitolare, lo multarono di 100 soldi. Protestò il barbiere, e poté provare che i custodi lo avevano prima avvertito: “Presto, suona la terza campana”, dopo di che si erano allontanati. Poco dopo erano ritornati, e avevano bensì trovato quelli “col lume”, ma dal verbale non risultava che quelli giocassero ad un gioco vietato, bensì agli scacchi. Il giudice sentenziò che “considerato tutto si procede all’assoluzione”[8], probabilmente in base all’ordinanza emessa a Venezia l’11 novembre 1292, secondo la quale “nessuno osi giocare né di giorno né di notte in alcun luogo dell’episcopato di Venezia e Torcello, fuorché a scacchi ed a tavole”[9].

Perfino negli statuti di alcune città venete, per esempio a Treviso nel 1260 e a Lendinara nel 1321, si distingue esplicitamente che fra i giochi vietati, perché socialmente pericolosi, non sono compresi gli scacchi, gioco lecito e onesto[10].

Non solo lecito ed onesto, ma ricco di possibilità per un uso moraleggiante: “…il francescano Paolino da Venezia, poliedrico rappresentante della cultura del suo tempo, inquisitore per la Marca Trevigiana, ambasciatore per conto della Repubblica di Venezia, legato pontificio e vescovo di Pozzuoli dal 1324”[11] fu un imitatore di Jacopo da Cessole. Scrisse infatti un piccolo trattato De ludo scachorum, ricco di implicazioni politico morali tratte dal gioco degli scacchi, conservato all’interno della sua Chronologia magna, datata 1323, di cui esistono pochissime copie fra le quali una conservata nella Biblioteca Nazionale Marciana[12].

Insomma nell’incessante e, aggiungerei vana, lotta contro i giochi d’azzardo la repubblica di San Marco non dimentica quasi mai nei suoi editti di fare eccezione per il nobil giuoco. Per esempio nei suoi diari Marin Sanudo in data 29 marzo 1506 scrive:

“fu pubblicato una parte presa a di 6 di questo [mese] nel Consejo di X con la zonta, contra quelli zuogeranno de caetero a niun zogo, sia di che sorte o condition si sia, excepto scachi, arco, balestra et balla…”[13].

Quasi nulla si sa invece sul livello di gioco degli scacchisti veneziani prima del XIX secolo. Tuttavia Paolo Boi, detto il Siracusano anche se era nato a Noto, si recò a Venezia durante il suo peregrinare per l’Italia come scacchista. Secondo Pietro Carrera[14], il Siracusano a Venezia si batté contro un misterioso personaggio dal quale fu vinto con arti magiche. Ma poi Boi si munì “di una corona di Paternostri”, si confessò e si comunicò, dopo di che affrontò nuovamente l’avversario e lo batté facilmente.

Meno favolistico ciò che racconta Jean Gay[15]: Rosa Linori era una veneziana celebre per la sua bellezza e il suo talento per gli scacchi. Durante la sua visita a Venezia, Paolo Boi giocando con lei, se ne innamorò appassionatamente e le inviò un piccolo madrigale, intitolato “Il Matto dell’amore”, ma in seguito a ciò le porte di Ca’ Linori gli restarono chiuse per sempre.

Rosa non sembra essere stata l’unica bella scacchista veneziana a cavallo fra il XVI e il XVII secolo, dato che secondo alcuni miei appunti, scritti consultando anni fa il libro di Steinschneider “Schach bei den Juden”, nel 1617 un’ebrea veneziana era famosa per la sua abilità scacchistica.

E non si può dimenticare che in Ghetto si trova la Yeshiva di Jehudah Arjeh ben Jizhaq, cioè il grande rabbino e pensatore veneziano Leone Modena (Venezia 1561-1648), che fra le sue numerose opere, pare abbia effettuato un’eccellente traduzione in versi di una descrizione degli scacchi attribuita da Thomas Hyde, che la tradusse in latino, ad un rabbino di nome Bonsenior Ibn Yahya, peraltro del tutto sconosciuto[16].

In assenza di grandi nomi fra gli scacchisti lagunari, bisogna almeno rilevare l’importante contributo dato da Venezia allo sviluppo degli scacchi in Italia, prima del XIX secolo, attraverso il suo fiorente artigianato tipografico: i poemi a soggetto scacchistico e i trattati sul gioco stampati in più edizioni a Venezia sono parecchi.

Brilla innanzitutto la prima traduzione italiana del libro di Ruy Lopez, apparsa a Venezia nella traduzione del capodistriano Giovanni Domenico Tarsia, eseguita su commissione dello stampatore Cornelio Arrivabene nel 1584[17], che fu anche la prima delle versioni del trattato spagnolo nelle principali lingue d’Europa.

Il desiderio di uno stampatore di pubblicare un’opera tecnica di buon livello implica la sicurezza di una sua sicura diffusione in tutta l’Italia, ma innanzitutto fra le classi agiate della repubblica. La più illustre testimonianza sulla diffusione del gioco si trova nella celebre “Storia di Venezia nella vita privata” di Pompeo Momenti, nella quale si afferma che tra gli svaghi dei nobili veneziani e veneti durante i loro soggiorni nelle ville di terraferma nei secoli XVI e XVII, aveva gran parte il gioco degli scacchi[18].

Un’altra testimonianza al riguardo è un’opera dello storico bassanese Gianbattista Verci, pubblicata nel 1778, Lettere sopra il giuoco degli scacchi[19], dedicate alla Contessa Francesca Roberti Franco di Padova, la cui famiglia aveva ospitato lo scrittore nella villa di Albettone sulle colline del vicentino: durante il soggiorno gli ospiti e l’autore si erano dilettati spesso a giocare assieme a scacchi.

Secondo Alessandro Sanvito,[20] il Verci, pur non scrivendo quasi nulla di nuovo o di originale, scrisse in modo piacevole una specie di “vademecum” storico culturale sul gioco dimostrando di essere stato un attento lettore di cose scacchistiche, capace di citare con precisione autori famosi come Damiano, Lopez, Salvio, Carrera, Greco e Hyde sulle origini del gioco e sulla sua storia.

Per sottolineare l’importanza dell’editoria veneziana nel campo scacchistico, lo storico degli scacchi veneziano Bruno Bassi scrisse:

 Mette conto di ricordare come il noto libro di Domenico Ponziani Il giuoco incomparabile degli scacchi dovuto alla penna del più grande forse dei teorici che costituiscono la triade modenese nella seconda metà del secolo XVIII, dopo l’apparizione dell’editio princeps a Modena nel 1769, fu per ben quattro volte ristampato a Venezia, e precisamente nel 1773, 1801, 1812 e 1861[21].

Come ci si aspetta, la Biblioteca Nazionale Marciana possiede una notevole collezione di libri di scacchi e altrettanto si può dire della Biblioteca della Fondazione Querini Stampalia. Tuttavia il più prezioso testo scacchistico, risale al XVI secolo, conservato a Venezia è l’elegante manoscritto Morosini - Grimani 139, presso il Civico museo Correr. Contiene 28 “partiti”. Secondo Adriano Chicco, forse il Morosini Grimani è un frammento di un’opera più vasta: il trattato, andato perduto, De Ludis[22], dedicato ad Isabella d’Este dal matematico Luca di San Sepolcro.

Un altro manoscritto pregevole è il Trattato del nobilissimo e militar esercizio degli scacchi nel quale si contengono molti bellissimi tratti e la vera scienza di esso gioco, composto da Gioachino Greco Calavrese, italiano, appartenuto a Pietro Antonio Nardi, il cui stemma è al controfrontespizio: un trattato che meriterebbe un’analisi approfondita e un confronto con gli altri manoscritti del Greco ancor oggi esistenti a cominciare dal celeberrimo Codice di Lorena. 

Fra le numerose importanti opere custodite in Marciana merita inoltre di essere ricordata almeno De ludis orientalibus, scritta dall'orientalista inglese Thomas Hyde, se non altro perché contiene la più antica menzione del gioco per corrispondenza. Nel primo capitolo «Mandragorias seu historia Shahludii», Hyde riferì:

Et mihi relatum est, Mercatores Venetos et Croatos multum inter se distantes, per epistolas Scachis ludere, ita ut pro singulis singulorum Militum motionibus Literae scribendae sint, magnosque utrinque sumptus facessentes priusquam unus aliquis lusus finiatur[23].

Il libro fu pubblicato nel 1694, ma fu composto nel 1673, come risulta da una lettera di Hyde a Melchissedech Thévenot del 24 giugno 1673[24] e quindi sembra accettabile, come propose Bruno Bassi, che l’orientalista inglese alluda a un periodo intorno al 1650[25], ma è anche altrettanto probabile che le mosse delle partite fossero aggiunte in calce alle numerose corrispondenze commerciali esistenti fra i mercanti delle due sponde del «golfo del veneziani», cioè dell'Adriatico. Rimane tuttavia un fatto interessante: i primi telescacchisti furono veneziani e dalmati.

Nel terzo centenario della nascita non si può non ricordare un probabile scacchista dilettante: Carlo Goldoni. Il grande commediografo veneziano il 4 novembre 1771 presentò alla Comédie Française di Parigi Le Bourru bienfaisant e qualche anno dopo curò personalmente la traduzione italiano di Il burbero benefico. Con ragione Adolivio Capece ha scritto[26] che nella commedia, in cui gli scacchi fanno sistematicamente da sfondo, si intravedono esperienze personali o quanto meno una buona conoscenza dell’anima di uno scacchista. Ecco che fa dire al protagonista Geronte nel quinto atto:

 

Quella mossa di ieri! Quella mossa! Come mai posso aver perso la partita con un gioco ch’io aveva si ben disposto? Non può esser stata che una distrazione; vediamo un poco… non ho dormito in tutta la notte. 

E che dire del monologo nella scena IX? 

Che fa Dorval, che non viene? Muoio di volontà di rimettere la posizione com’era, e di scoprire il fallo che mi ha fatto perdere la partita; frattanto che Dorval arriva, vediamo un poco. Ecco la disposizione de’ miei pezzi, ecco quelli di Dorval. Io pongo il re alla casa della sua torre, Dorval pone l’alfiere alla seconda casa del suo re. Io… scacco e prendo il pedone. Dorval… ha preso l’alfiere, Dorval? Sì, l’ha preso, e io… scacco doppio col mio cavallo. Perbacco! Dorval ha perduto la donna. Ei avanza il re, io prendo la donna. L’uomo accorto che si crede maestro, col re ha preso il mio cavallo; ma peggio per lui, eccolo nella rete, è impegnato col re; ecco la mia donna, sì, eccola: scaccomatto, la partita è vinta… Ah! Se Dorval venisse gli farei vedere…”

Antonio Rosino (Venezia 2008)



[1] M. De Biasi, Una scacchiera del VII secolo, “L’Italia Scacchistica”, anno LXVIII, n. 870, aprile 1978, pag. 123.

[2] Secondo parecchi partecipanti alla visita della chiesa di San Donato, svoltasi durante il congresso della Ken Whyld Association a Venezia nel maggio del 2008, il mosaico rappresentante la scacchiera è posteriore alla costruzione della basilica.

[3] Luciano Sambo, Il gioco degli scacchi tra Oriente ed Occidente (Sec. X – XVIII), tesi di laurea nell’anno Accademico 1989-90; relatore: prof. Gaetano Cozzi.

[4] L. Sambo, Il gioco degli scacchi…, citato, pag. 79.

[5] L. Sambo, Il gioco degli scacchi…, citato, pag. 80.

[6] L’iperpero era il nome greco “venezianizzato” del “solido”, moneta d’oro inizialmente di 6,451 grammi di massa, coniata nell’ambito della riforma monetaria costantiniana, che pur riducendosi progressivamente di massa continuò ad essere coniato nell’impero d’Oriente fino al XIV secolo. Oggi 6,4 grammi d’oro valgono circa 100 €.

[7] A. Chicco e A. Rosino, Storia degli scacchi in Italia, Venezia 1990, pag. 19.

[8] G. Dolcetti, Le bische ed il giuoco d’azzardo a Venezia 1172 – 1807, Venezia 1903, pag. 244.

[9] G. Dolcetti, Le bische ed il giuoco d‘azzardo a Venezia …, citato p. 213.

[10] L. Sambo, Il gioco degli scacchi…, citato, pag. 86.

[11] L. Sambo, Il gioco degli scacchi…, citato, pag. 91

[12] Paolino da Venezia, Chronologia magna, Biblioteca Nazionale Marciana, Venezia, manoscritto Latino Z 399 (=1610).

[13] Marin Sanudo, Diari, tomo VI, pag. 321.

[14] A. Chicco e A. Rosino, Storia degli scacchi in Italia, Venezia 1990, pag. 142.

[15] J. Gay, Bibliographie anecdotique du jeu des échecs, Parigi 1864, pag. 194.

[16] H.J.R. Murray, A History of Chess, Cambridge 1913, pag. 510.

[17] A. Chicco, Ruy Lopez de Segura, Milano 1980, pag. 19.

[18] P. Molmenti, Storia di Venezia nella vita privata, Bergamo 1905-1908, vol. II, pag. 374.

[19] Lettere di Gianbattista Verci accademico agiato, ed anistamico alla nob. Sig. Contessa Francesca Roberti Franco sopra il giuoco degli scacchi, Venezia 1778 appresso Giovanni Gatti; pagg. 120.

[20] A. Sanvito, Le lettere scacchistiche di Gianbattista Verci, “Scacchi e Scienze Applicate”, Volume 12, Fasc. 14, Anno XIV, Venezia 1994.

[21] B. Bassi, «Venezia e la zatrichiologia», in Omaggio a Szabados, Venezia 1948, pag. 74.

[22] A. Chicco e A. Rosino, Storia degli scacchi in Italia, Venezia 1990, pag. 42.

[23] Th. Hyde, De ludis orientalibus, Oxonii, 1694, p. 62: «Mi è stato riferito che mercanti veneti e croati, fra loro distanti, giocano a scacchi epistolarmente, in modo che per ogni mossa dei singoli pezzi deve inviarsi un dispaccio, con ingenti spese prima che una partita giunga alla fine» (trad. di Adriano Chicco in Telescacco lampo, a. XIII, n. 11, 1982, p. 176).

[24] Th. Hyde, Syntagma Dissertationum, Oxonii, 1767, Vol II, p. 464.

[25] B. Bassi, The History of Correspondence Chess up to 1839, Reprint ciclostilato a cura di E. Meissenburg, Winsen/Luhe, 1965, p. 5.

[26] A. Capece, «Carlo Goldoni scacchista», L’Italia Scacchistica, anno LXXXIII, n. 1050, Milano, maggio 1993, pag. 119.

[27] G.A. Van Axel Castelli, «Condizioni dello scacco in Venezia», La Rivista degli scacchi, anno I, numero 23, Roma 1859, pag. 177-180.

[28] A. Chicco e A. Rosino, Storia degli scacchi in Italia, Venezia 1990, pag. 185.