Scacchi a Venezia Chess in Venice Schach im Venedig Шахматы в Венеции
     

Quali giochi da tavola sono “giochi di scacchi”?

Il gioco degli scacchi si differenzia dagli altri giochi da tavolo perché ha come obiettivo la cattura di uno specifico pezzo avversario, cattura che porta istantaneamente al termine della partita, indipendentemente dalla quantità di materiale rimasta presente sul tavolo da gioco.

Gli scacchi non erano noti nell’antichità egizia, greca o romana. Per esempio la celebre anfora, conservata al museo etrusco di Roma, in cui si vedono Achille e Aiace che giocano su un tavoliere, secondo la tradizione durante una pausa dell’assedio di Troia, non rappresenta una partita di scacchi. I due eroi omerici forse giocano ai latrunculi (il giuoco dei briganti) o al “lusus duodecim scriptorum” antenato della tavola reale, da cui derivarono prima il “tric trac” e poi il “backgammon”.

Il “latrunculorum lusus” non poté essere identificato con certezza; nel medioevo fu supposto simile agli scacchi e nacque l’uso tardo medievale di chiamare gli scacchi con questo nome: così per esempio li chiamò Francesco Petrarca nel “De remediis utriusque fortunae”, quando si scagliò contro gli scacchi, eccessiva perdita di tempo.

Il primo che indicò una netta e argomentata distinzione fra i latrunculi e gli scacchi fu un celebre chirurgo e anatomista, Marco Aurelio Severino (Tarsia 1580 – Napoli 1656)

Marco Aurelio Severino

Ritratto di Marco Aurelio Severino

che nel libro intitolato Dell’antica Pettìa, ouero che Palamede non è stato l’inventor degli scacchi, stampato postumo a Napoli nel 1690 (Foto), affermò, contro l’opinione allora corrente, che né l’antico giuoco greco della Pettìa, né i latrunculi avevano a che fare con gli scacchi.

Il lusus o ludus calculorum, come notò Adriano Chicco, il più importante storico degli scacchi italiano, sembra sia scomparso in Occidente, poco dopo l’apparizione degli scacchi in Oriente: le ultime tracce scritte si hanno all’inizio nel quinto secolo nei Saturnali di Macrobio.

Come probabilmente sono nati gli scacchi? Nel più classico manuale in italiano, “Il libro completo degli scacchi”, sempre Adriano Chicco, scrive:

 

“Occorre riportarci col pensiero a due giocatori dell’antica India, privi dei mezzi moderni per annotare i punti ottenuti in ogni giocata. Il sistema più semplice era tracciare per terra una linea verticale o orizzontale e segnarvi tante tacche trasversali. A seconda del punteggio ricavato dal getto dei dadi, ogni giocatore spostava un contrassegno (che poteva essere una pietra o una conchiglia) contando tante tacche quante segnavano i dadi; il primo giocatore che raggiungeva la tacca finale aveva vinto. Con l’andare del tempo, la partita giocata fino all’esaurimento delle tacche segnate in una sola linea sembrò troppo breve: si fissò un punteggio finale più alto, il che richiese una seconda linea parallela alla prima, con un ugual numero di tacche; poi una terza, una quarta, e così via: a poco a poco il complesso delle linee intersecate dalle tacche cominciò a delineare la tipica “ grata “ di una scacchiera.

Questo sistema di segnare i punti faceva sì che talvolta uno dei due giocatori, con un getto di dadi fortunato, raggiungesse una casa, o una tacca già occupata dal contrassegno dell’avversario. Per lungo tempo ciò non ebbe alcun particolare significato: ma venne il giorno in cui si stabilì che il gettone sopravveniente potesse scacciare il primo occupante, segnando la vittoria del secondo giocatore e la fine della partita. Dall’espulsione all’immagine della preda e della cattura il passo fu breve; il secondo giocatore ebbe diritto di appropriarsi del gettone dell’avversario, e la somma dei gettoni servì a calcolare l’entità del guadagno del vincitore. A sua volta, il prelievo del gettone avversario evocò naturalmente il concetto di tributo pagato al competitore. E poiché l’idea del tributo era indissolubilmente legata all’idea di poteri regali, ogni avversario si considerò un Re: non solo, ma l’aspetto antagonistico della partita, unito all’idea di cattura del nemico, delineò il concetto di una guerra in miniatura. E due Re in guerra avevano naturalmente bisogno di due armate.

La potenza di queste armate si modellò sul tipo delle armate indiane, e sui suoi tradizionali componenti: elefanti, carri da guerra, fanteria e cavalleria. La disposizione di queste armi era, nella strategia bellica indiana, rigidamente fissata: gli elefanti al centro, i carri sui fianchi, la cavalleria in mezzo e la fanteria davanti. Il Re, come capo dell’armata, era fermo al centro; ed era logico che fosse assistito da un consigliere o primo ministro. Molto probabilmente questa quadruplice composizione risentì anche di teorie cosmologiche: il carro da battaglia simboleggiava la terra; l’elefante, l’aria; il cavallo, l’acqua; il consigliere, il fuoco. Questi elementi del cosmo ruotavano attorno al sole, rappresentato dal Re.

In un primo tempo, questa concezione dei due opposti schieramenti come due armate non determinò alcuna distinzione nel movimento dei pezzi. Questi continuavano ad avanzare verticalmente secondo il getto dei dadi: e lo scopo della partita continuò ad essere il raggiungimento dell’ultima casa, o la cattura dei pezzi avversari. Solo in un secondo tempo dovette sembrare necessario differenziare le mosse a seconda della diversa natura dei pezzi, e i dadi servirono solo ad indicare quale pezzo dovesse muovere. A questo punto il giuoco dei quattro elementi (Chatur = quattro; anga = parti di un tutto) era nato: l’ultimo passo fu la sparizione dei dadi.”

 

Italiano

Significato

Elemento

Sanscrito

Pahlavi

Scacchi

Gioco dei Re

 

Chaturanga

Shatrangi

Pedone

Contadino soldato

 

Rat-ha

Baidaq

Torre

Carro da battaglia

Terra

 

Rukh

Alfiere

Elefante

Aria

 

Pil o Fil

Cavallo

Cavalier

Acqua

 

Asp o Faras

Donna

Consigliere

Fuoco

 

Farzin

Re

 

 

 

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