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La conquista del Mediterraneo

Molto probabilmente gli arabi conobbero gli scacchi in seguito alla loro invasione della Persia nel 641. Il gioco li affascinò e si diffuse rapidamente in tutta la mezzaluna fertile, superando abbastanza facilmente le limitazioni poste dall’Islam verso i giochi, e in particolare verso i giochi d’azzardo: si narra che perfino il celebre califfo Arun ar Rashid fosse stato un appassionato scacchista.

Era il medesimo periodo in cui nel mondo arabo nacque e si sviluppò quella cultura scientifica, di origine ellenistica per quanto riguarda la geometria e l’astronomia, e indiana per l’aritmetica, che fiorì rapidamente sotto la spinta di illuminati califfi. Vale la pena di ricordare che il grande matematico e astronomo Al Khuwarizmi, morto prima dell’850, fu membro della “Casa del sapere” fondata a Bagdad dal califfo Al-Mamun. Perciò non stupisce che, dopo aver passato nel 711 lo stretto che divenne di Gibilterra, siano stati quasi certamente gli arabi a portare nella penisola iberica nell’Ottavo o nel Nono secolo, accanto alle loro conoscenze avanzate in matematica, astronomia e medicina, e alle traduzioni in arabo dei testi filosofici classici greci, anche gli scacchi.

Tuttavia le prime infiltrazioni arabe in Sicilia, nella penisola iberica e nella penisola italiana non furono le uniche vie attraverso le quali gli scacchi giunsero in Europa. Il nome greco antico, Zatrikion, per gli scacchi è una derivazione diretta dal persiano Chatrang e non dall’arabo Shatranj. Gli scacchi erano noti a Bisanzio fin almeno dall’Ottavo secolo, come ricorda lo storico arabo Al-Tabari, narrando di una similitudine scacchistica usata dall’imperatore Niceforo in una lettera scritta nel 802 al califfo Harun ar Rashid, in cui disapprovava la debolezza dell’imperatrice Irene, proprio nei confronti del califfo “che considerava come una Torre, e se stessa come un pedone”.

Il geografo e storico arabo Al Masudi, morto nel 956, accenna alle teorie scacchistiche usate dai greci e dagli Ar-Rum, cioè dai romani o dagli occidentali in genere. Nasce allora un problema, ancor oggi irrisolto: se gli scacchi erano così diffusi nell’impero romano d’Oriente da aver creato dei metodi di gioco, come mai era rimasti ignorati in Italia, dove i bizantini avevano ancora territori e città sotto il loro dominio?