Scacchi a Venezia Chess in Venice Schach im Venedig Шахматы в Венеции
     

Storia degli Scacchi in Italia

Gli studiosi sono concordi nel valutare che probabilmente gli scacchi giunsero in Italia durante il X secolo in seguito alle conquiste arabo-islamiche nella penisola iberica e in Sicilia.

Fra i reperti archeologici comprovanti la conoscenza degli scacchi in Italia fin dai più antichi tempi, scrive Adriano Chicco, vanno prese in considerazione, sia pure con qualche riserva, anche le scacchiere.

Fra i litostrati esistenti in Italia, il più antico è il mosaico sottostante all'attuale pavimento della cattedrale di Pesaro. Venne alla luce nel 1851 e da un attento esame si poté stabilire che tale pavimento proveniva da una basilica pagana, probabilmente del tempo degli imperatori Antonini, cioè del V o VI secolo dopo Cristo. Di tale mosaico, attualmente visibile solo attraverso un'apertura del pavimento della cattedrale, ci interessa un particolare, rappresentante due giocatori ai lati di una scacchiera 8x9. A sinistra si legge in alto una scritta in latino, piuttosto rovinata, che è stata così interpretata: "Paride, Re di Troia, toglie a Menelao Elena, a cagione della quale Troia perì: essa lieta torna in Grecia". Dobbiamo dunque ritenere che il mosaico volesse far riferimento a qualche episodio della guerra di Troia. E il pensiero corre naturalmente alla leggendaria oinvenzione degli scacchi da parte di Palamede, appunto durante l'assedio di Troia. 

Gli scacchi si diffusero piuttosto rapidamente se la loro prima menzione scritta in Italia risale già al 1061, quando in una lettera di Pier Damiani, cardinale di Ostia, al papa Alessandro II, conservata nel monastero di Montecassino, in cui lo informava della penitenza inflitta a un vescovo fiorentino, che per gran parte di una notte “praefuerit ludo Scachorum” ad occupazioni più consone al suo status religioso.

Il prelato si era difeso ricordando che gli scacchi erano un gioco di puro ingegno e non potevano essere equiparati al gioco dei dadi, ma il futuro santo aveva replicato severamente che il termine alea, indicante i giochi proibiti, comprendeva certamente anche gli scacchi.

La diffusione degli scacchi in Italia è testimoniata in molte cronache. Per esempio, come ricorda il Davidsohn nella sua Storia di Firenze, a Pisa, nel rigido inverno del 1168, donne e uomini facevano addirittura esercizi di equitazione sull’Arno gelato mentre altri preferivano porre sul ghiaccio sedie e tavolini per giocare a scacchi o a tavola reale.

Nel 1266 “venne in Firenze un saracino ch’avea nome Buzzecca, ed era il miglior maestro di giucare a’ scacchi, e in su il palagio del popolo, dinanzi al conte Guido Novello, giucò a una ora a tre scacchieri co’ migliori maestri di scacchi di Firenze, con gli due a mente, e coll’uno a veduta, e gli due giochi vinse e l’uno fece tavola, la qual cosa fu tenuta grande meraviglia”.

Ed è ben nota la citazione degli scacchi nel XXVIII canto del Paradiso, in cui Dante paragona il moltiplicarsi delle schiere angeliche al “doppiar degli scacchi” della notissima leggenda del bramino Sissa.

Lo incendio lor seguiva ogni scintilla;

Ed eran tante, che il numero lor

Più che il doppiar degli scacchi si immilla.

 Anche Giovanni Boccaccio e Francesco Petrarca furono esperti di scacchi. Il primo, nelle cui opere abbondano le citazioni scacchistiche, è perfino considerato l’inventore dell’aiutomatto, una bizzarria scacchistica che si riteneva nata, e che si sviluppò, nella seconda metà dell’Ottocento.