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Lacrime di Caissa

Mario Monticelli nel 1940 era giornalista a "Il Gazzettino". Non mancava di coraggio: ecco un suo articolo in data 16 gennaio 1940:

Caissa? Non cercate questo nome nell’Enciclopedia Treccani: non c’è, non ce lo trovereste. E nemmeno figura nei più reputati dizionari mitologici, pur trattandosi di una dea. Una divinità che conta fedeli in Africa e in Asia, in America e in Oceania, a Berlino e nella City, a Helsinki e a Mosca, e fors’anche nella Città del Vaticano, non avrebbe diritto a un paio di righette bibliografiche in uno di quei grossi tomi ricchi di scienza? E invece, nulla. Bisogna far parte della schiera poco numerosa ma scelta degli iniziati, per sapere che la persiana Caissa è il nume tutelare e ispiratore … dei giocatori di scacchi.

Suoi templi sono, di solito, i caffè fumosi, i circoli raccolti, dove la voce e il passo rumoroso del profano sollevano un coro di proteste. E a Venezia tutti conoscono, almeno di vista, il lungo e stretto locale in Riva del Carbon dove, dalle dieci del mattino alla mezzanotte, c’è sempre qualche coppia di giocatori accaniti.

Caissa vi ha preso stabile dimora da una quindicina d’anni, con i suoi adepti e non c’è stato più verso di sloggiarla. Ma da qualche giorno, le facce dei – come dire? – sacerdoti più importanti del suo culto, dei pezzi grossi, insomma dei “cannoni” che partecipano a tutte le gare nazionali e internazionali, sono aggrondatissime. Trascurano perfino di sputar sentenze e previsioni sulle partite degli schiappini, i quali invece nella stragrande maggioranza se ne infischiano delle preoccupazioni stampate in viso ai maestri del gioco, e non chiederebbero che di essere lasciati in pace, ai loro incruenti duelli.

Eppure la cosa è seria; realmente Caissa ha un diavolo per capello e forse versa lacrime di dispetto. Perché mai non hanno saputo custodire e conservare meglio quelle splendide raccolte di partite dei tempi andati che erano un poco, per lei, le sue Dodici Tavole?

Facciamo una parentesi, per spiegare che dieci anni fa, aperto il testamento di un notaio di Mirano morto ultra ottantenne, che era stato degli scacchi uno dei cultori più fervidi e disinteressati (aveva dato alla teoria del gioco numerose eccellenti pubblicazioni), si lesse che gli aveva lasciato in eredità la sua ricchissima biblioteca speciale al Circolo Scacchistico Veneziano.

Esultante, il sodalizio onorò la memoria del generoso donatore intitolandosi al suo nome, e si presentò a ricevere il magnifico lascito. Qui cascò l’asino: dove mai si potevano degnamente e sicuramente collocare centinaia di volumi, di riviste, di opuscoli? La biblioteca del notaio scacchista, inventariata e chiusa in varie casse, non vide più la luce per dieci anni, in attesa di una sede conveniente. Finalmente …

Un bel giorno la sede fu offerta, dal Dopolavoro fascista di Dorsoduro. Non fosse mai venuto il momento di andare a riprendere ed aprire le casse - che nel frattempo avevano peregrinato da un magazzino all’altro – e di allineare sugli scaffali la “Teoria dell’Apertura di Donna” accanto al “Trattato dei finali” e via dicendo! Lo scacchista incaricato dell’operazione suda ancora freddo, quando ripensa al momento in cui, invece di cinque casse, ne trovò solamente tre.

Per colmo di sciagura la parte mancante è la più preziosa, perché comprendeva una raccolta di riviste scacchistiche quale nessuno poteva vantare forse al mondo: il francese “Palamède” del secolo scorso; la “Deutsche Schachzeitung” dal 1842 in poi e, soprattutto, invidiatissima perla della collezione, “La Stratégie” di Parigi dal 1867 al 1928, dalle annate piene di partite mirabili, sonanti dei trionfi scacchistici del romano Dubois, del russo Cigorin e di altri come Zukertort (che morì sulla breccia mentre, fulminato da un aneurisma mentre giocava in un club di Londra), Steinitz, ecc. “Oh, La Stratégie!” gemeva il meschino ... .

Ogni ricerca fu inutile, e il mobile ch’era stato anch’esso generosamente donato per la biblioteca non ne accoglie, come si è detto, che la metà circa. Caissa è in lutto e i suoi fedeli non sanno darsi pace, dato che il materiale scomparso è, per la sua rarità, impossibile a sostituire. In quali mani profane sarà andato a finire?

Nota finale di Antonio Rosino: Per questo articolo, che pure non indicava i responsabili che con la loro ignavia o forse perfino con la loro compiacenza avevano permesso il furto (Questa la voce che girava ancora al Circolo Salvioli, quando ne divenni socio alla fine degli anni Cinquanta), il direttore del quotidiano veneziano ricevette forti pressioni dagli ambienti fascisti cittadini per punire Monticelli, che aveva osato, sia pure con estrema cautela, divulgare a livello pubblico la spinosa questione.