Scacchi a Venezia Chess in Venice Schach im Venedig Шахматы в Венеции
     

Carlo Salvioli

Il massimo teorico italiano a cavallo fra Ottocento e Novecento fu Carlo Salvioli, nato a Venezia il 2 novembre 1849. Notaio, la sua professione, che gli diede un'agiata condizione economica, lo interessò piuttosto poco: gli scacchi e la musica, era un valente pianista, furono le passioni della sua lunga vita.

Gli studi teorici e la lettura delle principali riviste scacchistiche europee, gli fecero capire presto l'arretratezza tecnica dell'Italia rispetto all'Europa e ciò lo porto a schierarsi per l'abbandono delle vecchie regole italiane sull'arrocco ed il "passar battaglia" e per l'accettazione delle regole internazionali nel dibattito che coinvolse la comunità scacchistica nazionale dopo l'unità. Nel 1978 in una lettera alla Nuova Rivista degli scacchi , Salvioli scrisse crudamente:

per amore di questi idoli vani noi resisteremo all'unico mezzo (se ce n'è uno) di togliere la vergognosa distanza che ci separa dal resto del mondo, in ciò che riguarda questo giuoco? Giacche, miei buoni Signori, questa distanza è proprio vergognosa: esaminate, esaminate spassionatamente le partite giuocate in giuochi d'impegno dai migliori italiani viventi, esaminate ancora le partite giuocate dai migliori giuocatori stranieri, studiatele un po'.

Non era molto attratto dal gioco vivo: ciò che venne scritto su di lui in occasione del torneo di Roma 1886 è sintomatico: "il signor Salvioli giuocò in questo torneo, come sempre giuocò; senza darvi la menoma importanza... Dotato di eccellenti cognizioni teoriche, sa prendere sin dalle prime mosse una posizione vantaggiosa; ma la tenacità fa difetto in lui. L'idea di dovere prolungare la lotta per molte ore lo spaventa, ed egli cerca, o in giuoco arrischiato o in una patta proposta, il modo di abbreviare la battaglia".

Nel 1881 giocò nel terzo torneo nazionale italiano, svoltosi a Milano, dove vennero finalmente adottate le regole internazionali. Iniziò in modo incerto: dopo cinque partite aveva appena 2 punti. Ma, forse memore delle critiche impietose che aveva lanciato tre anni prima, si sentì obbligato a impegnarsi a fondo: nelle rimanenti 11 partite, ottenne 9 punti, assicurandosi una convincente vittoria.

 Il suo interesse principale era già diretto verso gli studi teorici, ma era impegnato anche nel lavoro organizzativo: due anni dopo fu il principale promotore del quarto torneo nazionale, svoltosi a Venezia. Il libro sul torneo, uscito nel 1884, fu la sua prima opera scacchistica stampata.

 Fin dal 1882 aveva dato inizio alla Teoria e pratica nel giuoco degli scacchi, convinto della necessità, per un rapido risorgimento del mondo scacchistico italiano, di una moderna letteratura nazionale. Nella prefazione scrisse: "A giovare a tutti coloro che vorrebbero progredire in questo giuoco senza ricorrere a libri tedeschi, inglesi o francesi, sarebbe dunque necessario un trattato nuovo e completo. Un trattato che si facesse leggere, utile e dilettevole che avesse a riguardo e ai giocatori provetti e ai principianti". I primi due volumi di Teoria e pratica del giuoco degli scacchi furono la prima opera sulle aperture della storia scacchistica dell'Italia unitaria. La scelta di presentare le varianti accompagnandole quasi sempre dall'intero svolgimento della partita, era anticipatrice delle impostazioni moderne che legano la fase d'apertura non solo alla conquista del centro e allo sviluppo armonico dei pezzi, ma anche alla preparazione di piani concreti per il centro partita e alla creazione di strutture pedonali adatte a precostituire finali vantaggiosi.

 Salvioli giocò anche nel quinto torneo nazionale, a Roma nel 1885, nel quale finì solo quarto (poi partecipò solo a gare locali). Gli fu affidato il compito di scrivere il libro sul torneo, che uscì nel 1887. In quest’opera Salvioli precisò le sue posizioni sull'avvenire degli scacchi in Italia, senza alcun riguardo per la retorica nazionalistica dell'epoca:

Quale differenza dal primo torneo scacchistico italiano, tenutosi nella stessa Roma nel 1878, in forma assolutamente privata, e in assai meschine proporzioni! Quanto cammino d'allora ad oggi!  Tutto ciò è vero, è degno di nota, è ammirabile, ma..., c'è un ma doloroso, un ma che suona stridulo e severo in questa sinfonia di note liete e festanti. Se si considera questo stesso torneo tecnicamente come il risultato pratico degli studi e dei progressi fatti intorno al giuoco degli scacchi, sinceramente taluno potrebbe dire che non si è fatto un passo avanti da cinque anni a questa parte.

Più oltre rincarava la dose:

Per questa volta il lettore si accontenti di quello che possiamo dargli. Questo torneo con soli sette partecipanti ben presto ridotti a cinque, non ha prodotto che solo 29 partite! Avrebbero potuto essere 31, ma due perché senza importanza non furono giuocate. Di queste 29 si è dovuto eliminarne qualcuna, che oltre al non avere alcun interesse per se stessa avrebbe gettato una luce assai sfavorevole anche su taluno dei premiati. Restarono perciò poco più di una ventina di partite. E questo è tutto il materiale del presente libro. Magra e meschina cosa, è vero! Ma il Comitato del torneo romano ci ha pensato, ed ha accettato l'idea di unire una appendice a questa scarsa collezione di partite e pubblicare in quella un certo numero di partite giuocate attualmente dai primi giuocatori di oltralpe in solenni circostanze. L'Italia certo non ci guadagnerà dal confronto. Ma ci guadagnerà il libro presente. Del resto noi non dobbiamo avere un orgoglio, che sarebbe assolutamente fuori di posto. Il lettore avveduto e sagace dirà: ecco quello che siamo, ecco quello che dobbiamo essere. Ed è appunto quello che abbiamo detto anche noi.

In un capitolo dal significativo titolo "Delle speranze avvenire degli scacchi in Italia e particolarmente di una associazione scacchistica italiana" riprese concetti già espressi anni prima, cioè che:

Nelle condizioni attuali del giuoco degli scacchi in Italia,..., siamo convinti che per diffonderne maggiormente la coltura e avere un vero incremento nel numero, nel talento e nella valentia dei giuocatori, il miglior mezzo sia quello di creare una vera associazione scacchistica italiana con larghissime basi, e che questa associazione lavori con una intelligente, concorde, continua e ben ordinata attività. […]

L'associazione dovrebbe formarsi con questo unico e solo scopo, promuovere in tutti i modi e dappertutto la diffusione e l'incremento del giuoco degli scacchi. Non sono i soli grandi tornei che potrebbero giovare a questo scopo,..., Ma bensì ancora i piccoli tornei cittadini, la pubblicazione di opere scacchistiche a buon mercato, le partite per corrispondenza, le piccole sfide, ecc. Una associazione scacchistica italiana oggi costituita dovrebbe curare più tutti questi piccoli fattori di un progresso scacchistico che non i grandi tornei.

Ritornato ai suoi studi il Salvioli nel 1887 completò "Teoria e pratica del giuoco degli Scacchi" col terzo volume: un trattato sui finali. L'opera contiene studi dei grandi italiani, dal Greco e dal Carrera fino al Lolli e al Ponziani, diverse correzioni all'"Handbuch" del Bilguer e studi dei grandi finalisti dell'Ottocento, da Kling e Horwitz fino a White, senza trascurare i contributi di Grandi Maestri come Staunton, Zukertort o Steinitz. In questo volume brillano le capacità di Carlo Salvioli come divulgatore: preciso sul piano storico, mette bene in risalto le priorità dei grandi italiani dei secoli scorsi e i contributi di Luigi Centurini; accurato, riprende, in modo didatticamente molto efficace, le analisi dei grandi finalisti stranieri.

Negli stessi anni egli svolse anche un'intensa attività pubblicistica su vari periodici. Sulla "Gazzetta letteraria artistica e scientifica " di Torino pubblicò alcuni articoli sulla teoria generale del giuoco degli scacchi, che destarono un notevole interesse. Ciò lo spinse a pubblicare a dispense, a partire dal 1898, un aggiornamento alla "Teoria e pratica" che, per la sua estensione, si andò presto delineando come un nuovo volume.

 Il completamento del lavoro procedeva lentamente, anche perché, dal 1893, il Salvioli aveva assunto la direzione della Nuova Rivista degli scacchi; la crescente mole, che l'opera andava assumendo, era invece strettamente legata al tumultuoso sviluppo della grande attività internazionale e quindi al conseguente ampliamento delle conoscenze teoriche sulle aperture. Cosi Salvioli riunì ed ampliò le dispense in un nuovo trattato, che uscì a Venezia nel 1914 col titolo di "Ultima teoria e pratica". Ebbe una discreta diffusione anche all'estero, soprattutto nei paesi neolatini: basta dire che Capablanca nel suo libro sul torneo di L'Avana 1913.citò e corresse un'analisi del Salvioli nelle note alla partita Corzo - Kupchik.

Fra le opere del Salvioli va ricordato anche il "Manuale teorico - pratico del giuoco degli scacchi pei principianti", uscito in dispense a cura della "Nuova rivista degli scacchi", ultimato nel 1899 e ceduto nel 1900 all'editore Giusti di Livorno. Successivamente il manuale fu rielaborato, e il Giusti lo pubblicò nel 1913, sotto il titolo " Il giuoco degli scacchi di Gioacchino Greco detto il Calabrese". Una terza edizione, completamente rifatta usci nel 1921: ebbe un meritato successo che portò a successive ristampe. Nella prefazione il Salvioli scrisse:

Questa sarebbe la terza edizione del mio Manuale pei principianti!. Terza per modo di dire! La seconda e tutt'altra cosa della prima, e la presente è talmente variata ed accresciuta, che potrà sembrare cosa nuova a sua volta!,..., lo scopo che mi proposi quando incominciai a scrivere questo libro - (fu) quello,..., di insegnare non soltanto a giocare a scacchi, ma a giuocare bene! E il metodo fu mantenuto. Cosi questo Manuale non è un libro di teoria: è un libro di strategia!

E fu davvero, per la mole e la profondità degli argomenti trattati, il miglior manuale italiano, non solo per i principianti, uscito nella prima meta del novecento.

 A 78 anni, nel 1927, quando già si era ritirato a Mirano, un piccolo paese della campagna veneziana, iniziò a lavorare a un nuovo grande trattato sulla teoria delle aperture. Nel 1928 uscirono per le "Arti Grafiche Ammannati" di Firenze le prime due parti: "La difesa indiana" e "Le varie difese del Nero in risposta a 1.e2-e4"; l'anno successivo uscì il volume su "I giuochi irregolari" e nel 1930 "La partita del pedone di donna".

 Sul numero 3 di "L'Italia Scacchistica" del 1932, Stefano Rosselli del Turco, annunciando l'uscita di La partita d'oggi

scrisse:

Il Salvioli aspettava da altri il libro nuovo e scrisse anche a me di farlo, ma io non me ne sentivo ne la capacità, né la volontà. Come si poteva, Lui vivente, fare un'opera che potesse reggere il paragone con le sue precedenti? Risposi, interprete del desiderio di tutti gli scacchisti italiani, che doveva scriverla lui: ed Egli si accinse, nel 1927, quasi ottantenne, ma con una lucidità di mente e con un'energia giovanile a scrivere l'opera che è il suo capolavoro e sarà la fonte principale da cui attingerà il sapere la nuova generazione: La Partita d'oggi. Il Salvioli non poté del tutto compiere la sua fatica: la morte lo colse quando gli mancava solo da scrivere la quinta e ultima parte. L'amico ed esecutore testamentario, comm. ing. Luigi Miliani, presidente dell'Associazione Scacchistica Italiana, si occupò subito a che l'opera non rimanesse incompleta e dette incarico al giovane maestro Giuseppe Stalda di compilare la rimanenza ed allo scrittore di queste note di curarne l'edizione.

L'opera usci, postuma, nel 1932: fu un lavoro ciclopico, di circa 750 pagine, comprendente oltre 1600 partite, in gran parte complete e commentate, che ancor oggi è un’utile fonte di consultazione per partite antecedenti il 1930.

La morte lo colse improvvisamente la sera del 29 gennaio 1930. Nel necrologio pubblicato su L'Italia Scacchistica, Luigi Miliani ricordò anche tratti della figura del maestro veneziano, che andavano oltre le sue pur ragguardevoli benemerenze teoriche, tecniche ed organizzative:

nel consegnarmi la stampa della quarta parte del suo poderoso lavoro La partita d'oggi, mi chiese con il suo caratteristico spirito bonario, quasi ingenuo, a qual punto stavano le pratiche per la costituzione in Ente Morale dell'A.S.I. in seguito al lascito di un incognito mecenate. L'incognito donatore era lui stesso e s'illudeva che nessuno dovesse comprenderlo!

Per testamento lasciò la sua biblioteca in dono al Circolo Scacchistico Veneziano, che più tardi prese il suo nome, mentre gran parte delle sue notevoli sostanze andò all'Ospedale di Mirano, nel cui giardino venne eretto un busto che ancora si conserva, e a vari enti benefici. Secondo la tradizione locale il lascito venne accompagnato dalla frase "Lascio ai poveri ciò che ho preso ai ricchi!".

 

Antonio Rosino (Venezia 1991)